History of the Peloponnesian War
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Original / primary: 1st1k Ita1
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ai lettori
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il traduttore.
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La Grècia divisa da prima in piccoli stati « senza veruna comunanza di commercio, che tanto è conducevolé all’increménto della civiltà e dei lumi, trovandosi aspramente tiranneggiata dall’insolente orgoglio di alcuni prepotenti inalzatisi a sovrani di lei, ne scosse il giogo e ordinò il governo popolare. Allora l’amore di libertà si diffuse fra i Greci; le armi loro cominciarono a segnalarsi; le arti, le scienze e le altre nobili discipline presero radici in quel isuolo prediletto dalla natura ; donde si propagarono a tutte le altre nazioni«
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Atene e Sparta, le due città più considerévoli , trassero a sè gli sguardi di tutto il rimanente della Grecia! alla prima aveva dettato leggi Solone, all'altra Licurgo; e da queste due repubbliche dipendevano, per dir così, tutti gli altri popoli di Grecia, per ragione odi alleanza o di colonia o di conquista. Atene si era resa celebre per le vittorie riportate su' Medi nelle battaglie di Maratona, di Salamina, di Platea; e la gloria di queste vittorie principalmente svegliò la gelosia degli altri Greci, e in specie dei Lacedemoni che mal tolleravano la rinomanza degli Ateniesi. Poiché crescendo questi di giorno in giorno in potere, ed essendo animosi a intraprendere e cupidi sempre di nuove cose, davano sospetto di aspirare al principato di tutta Grecia. Quindi i dissapori e la nimistà tra Sparta ed Atene ; quindi la guerra civile nota sotto il nome di guerra del Peloponneso, della quale Tucidide scrisse la Storia che ora si dà in luce, voltata dal greco nel nostro volgare idioma.
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Il solo nome di Tucidide equivale a qualunque elogio. Egli discendeva da Milziade vincitore dei Persiani a Maratona. Chiamavasi Oloro il padre suo ; la madre Egesipila. Raccontasi che ancor giovinetto di circa sedici anni, in occasione de’ giochi Olimpici udendo Erodoto leggere la sua istoria, pianse e per ammirazione e per bramosia di fare altrettanto: e questa bramosia seppe a suo tempo adempire.
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Sotto due aspetti può considerarsi Tucidide: e come scrittore e come istorico ; e per l’uno e per l'altro titolo dare tenere egli il primo luogo. Come scrittore, giusta il giudicio di Cicerone, supera tutti nell' artifìcio del dire; e tanto è pieno di cose, che il numero delle parole equivale quasi a quello delle sentenze : il suo discorso è così pròprio e conciso che tu non sai se dalle parole le cose, o piuttosto dalle sentenze prendano lume le parole. Quintiliano, ponendo in parallelo Tucidide ed Erodoto, trova nel primo pienezza e concisione, nell’altro dolcezza, candore, copia : il primo di concitati, l’altro di tranquilli affetti; il primo concionatore, l’altro oratore; l’uno efficace , l’altro piacente.
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Relativamente poi al merito di Tucidide come istorico, da Luciano nel suo libro « del modo di scriver l’istoria » viene proposto a modello; esigendo che lo storico narri con schiettezza le cose quali avvennero; che sia libero, impavido, amante della verità, giudice integerrimo, senza odio, senza amore di parte ; che in certo modo non abbia nè patria nè principe; che non studi di lusingare questo o quello ; che scriva non per dar nel genio ai contemporanei, ma per giovare a chi verrà dopo ; avendo per oggetto, nel caso che cose simili alle narrate avvenissero, che di ciò che è stato scritto possa giovarsene all’ occasione.
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A tutto ciò potrebbesi aggiungere, a buon dritto, che nella sua storia Tucidide oltre il manifestarsi efficace scrittore e perfetto istorico, si palesa eziandio sommo filosofo, conoscitore profondo del cuore umano, intendentissimo di tutto ciò che appartiene a privato e a civile reggimento. E ciò potranno conoscere tutti coloro die chiamati agli ufizi della cosa pubblica, e allo studio della scienza dei governi, trovansi nella necessità di conoscere l'indole e le passioni degli uomini sì difficili ad esser guidati e corretti, specialmente quando sieno agitati da immoderata ambizione e da avidità di comando.
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Ma lasciando stare di ciò e passando a parlare del presente volgarizzamento, credo inutile l’enumerare le difficoltà cui va incontro chiunque assuma l'impegno di una traduzione qualunque ; difficoltà che crescono a dismisura quando si tratti di voltare in una lingua moderna un antico greco scrittore.
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Venendo poi più d’appresso al mio proposito dirò, che saranno oggimai circa venticinque anni che unicamente per proprio studio e passatempo, negli ozi di un vivere ritirato, incominciai a fare alcuni conienti su questo storico greco, desiderando d’intendere quanto meglio poteva le concioni e i luoghi più oscuri di quel celebre autore. E tanto mi talentava questa occupazione che in breve tempo mi trovai ad avere, giusta il mio avviso, dilucidati gli otto libri nei quali è compresa quell’istoria. Conferii frattanto parte di quei comenti ad alcuni miei amici, i quali discesero nella mia sentenza circa il vero senso di certi passi i più intricati ed oscuri. PerIochè preso animo ini disposi a voler tentare, per proprio studio, il volgarizzamento : col solo scopo d’intendere il mio originale, e farne una spiegazione : e in termine di otto mesi ne venni a capo, allettato dai sublimi concetti di quel succoso scrittore.
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Ma non solo fui sempre alieno, ma aborritore eziandio dal pubblicare quel mio lavoro, di cui solo oggetto era l’agevolare per alcuni miei scolari l'intelligenza dell'Istorico greco. Infatti quei molti che in Toscana e fuori mi fecero istanza di darlo in luce, possono rendere testimonio che mai e poi mai non aderii alle richieste fattemi, giudicando quel volgarizzamento un aborto indegno della luce, e solo meritevole di rimanersi nella polvere, in cui fino ad ora era stato sepolto.
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Senonchè nell’ anno decorso vivamente sollecitato dal dott. G.Cioni, ora Direttore della tipografia Galileiana, finalmente annuii a concedere il manoscritto, a condizione però che, prima esaminatolo scrupolosamente, vedesse se fosse conveniente pubblicarlo colla stampa ; essendo certo che per la dizione, per la lingua e per molte frasi verrebbe giudicato immeritevole di comparire al pubblico, e anzi di spiacevole lettura; a meno che in più luoghi non ne fosse cangiata e corretta la dettatura.
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Ma il suddetto Direttore della tipografìa Galileiana protestandosi ignaro affatto del greco, volle approfittarsi dell’opera del mio scolare Giuseppe Meini, giovine che sente molto addentro nelle lettere greche e italiane. I quali due riunitisi in frequenti tornate adempirono il mio desiderio di ridurre il volgarizzamento in modo da non disgradare ai leggitori. Quindi giudicherà il pubblico se sia stato raggiunto lo scopo a cui s’intendeva.
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Aggiungerò che quando mi venne fatta premura di pubblicare la mia versione, avendo il sig. Meini voltata in italiano l’orazione funebre detta da Pericle nel secondo libro, desiderai che vi fosse inserita a suo luogo invece della mia; non tanto perchè a mio avviso è dettata con molta proprietà di lingua, quanto ancora per la molta intelligenza dei sensi di quella sublime ed ingegnosa conci one.
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Appartiene pure ad esso un catalogo di voci, modi e frasi greche corrispondenti onninamente a voci, modi e frasi italiane, compilato a insinuazione dello stesso sig. Cioni : il qual catalogo posto in fine del volgarizzamento dichiarerà rigorosamente il senso metaforico o retto nelle due lingue. E ciò servirà a dimostrare quante maniere di dire sieno passate dalla greca nella nostra lingua.
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Non ho creduto che si dovesse corredare l’edizione di conienti e d'interpretazioni a giustificare quei luoghi ove il mio volgarizzamento siasi allontanato dall'intelligenza data dai precedenti traduttori; ed e stato mio consiglio l’omettere le annotazioni risguardanti la storia e le costumanze civili oreligiose dei Greci, delle quali il Meursio, il Gronovio, il Sigonio ed altri hanno diffusamente parlato ; avvisando che chi imprende a leggere Tucidide non può supporsi digiuno affatto delle cose dei Greci.
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Finalmente concludendo dirò che se in questo volgarizzamento si troverà nulla nulla di mediocre, sarà in parte dovuto agli editori, in parte servirà a testimoniare la carità e l’affetto veramente grande che mi stringono a questa nostra Italia, alla quale insultano gli stranieri che tanto, se non tutto, appresero da lei; quasi anelino toglierle anco la gloria delle scienze e delle lettere. I sublimi intelletti, gli alti ingegni, che fra noi non mancano, smentiscano co’fatti le male voci dello straniero; che io mi starò contento a mostrare in parte che pure fra noi i buoni studi non mancano di cultori.